IL TEOREMA DI SAVIANO: ACCUSARE MINNITI, NON GLI SCAFISTI

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Lo scrittore mescola l’agguato di Foggia con il dramma migranti pur di screditare il ministro

Non gli bastava essersi infilato in un vicolo cieco pur di difendere le ong. Non gli bastava nemmeno aver teorizzato una sorta di fantomatico partito delle neutralità in una supposta guerra fra lo Stato italiano e gli scafisti, come se questi fossero non delinquenti della peggior risma ma una controparte delle nostre istituzioni. 

E non gli bastava neppure aver ricevuto critiche affilatissime da un treno di commentatori assai diversi fra loro, come Alessandro Sallusti e Ernesto Galli della Loggia. Roberto Saviano ci riprova e su Facebook fa demagogia ad alzo zero contro il ministro dell’Interno Marco Minniti.

 

La suggestione è di quelle facili facili, fin troppo per chi abbia ancora a cuore questo sbrindellato Paese. Ci sono i morti di San Marco in Lamis, le quattro vittime, in particolare i due contadini che non c’entravano niente con le mafie locali. E allora Saviano cuce tutto insieme: indignazione, questione meridionale e naturalmente le amatissime ong come Medici senza frontiere che non hanno voluto firmare il decalogo del Viminale. Risultato? Minniti, secondo questo fumetto in bianco e nero, se la prende con gli incolpevoli ragazzi che solcano il Mediterraneo, tutti ideali e belle speranze, ma si dimentica del disastro criminale che scuote intere province d’Italia, partendo proprio da Foggia.

«Lo Stato – scrive Saviano – adesso agirà con risolutezza ma, come sempre prima di agire, ha atteso che venisse versato altro sangue meridionale. Meridionale come il ministro dell’Interno Marco Minniti che in questi mesi ha preferito accanirsi contro altri meridionali. Perché c’è sempre un meridionale più meridionale degli altri. Minniti ha tradito la sua funzione di ministro degli Interni e mi sembra assurdo dirlo, ma il dramma dell’Italia è il sud che sta morendo, non il lavoro meritorio delle ong».

Ci risiamo. I colpevoli non sono gli avvoltoi che dirigono il traffico di carne umana e, naturalmente con responsabilità assai diverse, quelle ong che hanno fatto loro da sponda. No, ora sul banco degli accusati ci finisce il ministro nato a Reggio Calabria 61 anni fa. Saviano saccheggia la cronaca e non ha paura di mischiare i problemi e piegare le prospettive: lo Stato è debole quando dovrebbe essere forte, si volta dall’altra parte quando dovrebbe fare la faccia feroce. Teoria singolare che poggia su un pilastro zoppicante: i mafiosi libici sono evidentemente meglio di quelli del Gargano, le ong possono pure chiudere gli occhi e, anzi, dare una mano profumata a questi signori del male; Minniti invece si deve vergognare, ha tradito la sua terra e ha sulla coscienza il sangue degli innocenti abbandonati al loro destino e massacrati in Puglia, in Sicilia, in Calabria.

La verità è meno arzigogolata: abbiamo finalmente un uomo di polso, che esercita l’autorità ma non certo autoritario e che prova a far rispettare nel paese dei campanelli quattro regolette di buonsenso e lo si attacca imputandogli ritardi accumulati in decenni di politiche evanescenti e pavide.

Noi, più modestamente, vorremmo lo stesso impegno e gli stessi risultati sul fronte libico e su quello pugliese. Guerra agli scafisti e alle coppole. Guerra a chi fa saltare le tavole della convivenza civile. Ma lo scrittore, ossessionato dalla bandiera che vuole impugnare a tutti i costi, si sfila e costruisce la più scivolosa delle equazioni: impegnarsi di meno fra Tripoli e la Sicilia per mostrare i muscoli fra Vieste e Manfredonia. Intendiamoci: lo Stato ha le sue colpe, anche gravi, i suoi balbettii e i suoi silenzi, ma la legalità o ha valore dappertutto o non esiste. Chi difende la legge non può parlare due lingue diverse: non è inchinandosi alla ferocia dei trafficanti e alle ambiguità di alcune, solo alcune ong, che si può vincere la partita contro gli assassini del Gargano.

 

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