BERLUSCONI: “ECCO COSA FARO'”

 

I piani del Cavaliere su coalizione, governo e tasse A Renzi: “Si dia una mossa sulla legge elettorale”

Presidente Berlusconi, esiste il pericolo che la divisione in Sicilia e il mancato accordo sul nome di Musumeci possano mandare in frantumi l’edificio del centrodestra unito?

«Non ne vedo la ragione. Prima di tutto io sono sempre ottimista e continuo a pensare che la divisione del centrodestra in Sicilia non sia affatto scontata. Sarebbe ragionevole convergere sul candidato che abbia le caratteristiche più adatte non solo a vincere ma a garantire ai siciliani cinque anni di buon governo, dopo i disastri della Giunta Crocetta. In ogni caso ho già espresso in altre occasioni nei giorni scorsi il mio pensiero sulle elezioni siciliane: sono importanti perché riguardano una grande regione, ma non sono la prova generale delle elezioni politiche. Anzi, sarebbe offensivo per i siciliani non cogliere la specificità di questo lo rende necessario.

Sul piano nazionale d’altronde l’unità del centrodestra mi sembra un valore pacificamente acquisito da tutti».

Ma allora, quali sono i confini del centrodestra al centro?

«Le ribalto l’impostazione che pecca di politicismo e di una certa sindrome da Palazzo. Il centrodestra è innanzitutto un popolo, come si è visto in questi vent’anni, ma anche più recentemente al referendum costituzionale o nelle principali città italiane. Un popolo unito da valori e ideali che vuole una alternativa rispetto ai governi della sinistra. Ho sempre lavorato per una coalizione larga, e auspico il formarsi di liste civiche di centro con cui allearsi a livello nazionale, ma una coalizione è anche un vincolo di serietà nei confronti di quel popolo, non un Colosseo senza porte dove entra ed esce anche chi ha sostenuto i governi di questi anni».

Molti parlamentari eletti nelle sue liste nel 2013 e poi passati sotto altre insegne politiche ora bussano alle porte del centrodestra. Lei sembra adottare un atteggiamento inclusivo e pragmatico. Per quale motivo?

«Intanto è necessaria una precisazione: ho già chiarito che d’ora in poi non sarà consentito l’ingresso in Forza Italia a chi, eletto nel centrodestra, ha sostenuto governi di sinistra che hanno condotto il Paese nella difficile situazione nella quale ci troviamo. Se però alcuni parlamentari eletti con noi, che si considerano ancora di centrodestra, in Parlamento vogliono dare vita a formazioni alleate alla nostra coalizione, credo che sia un fenomeno positivo, che riporta – almeno negli ultimi mesi della legislatura – ad equilibri parlamentari più simili a quelli votati dai cittadini. Se queste formazioni saranno in grado di aggiungere consensi alla nostra coalizione, questa sarà una buona cosa per tutto il centrodestra».

Le elezioni si avvicinano, i sondaggi premiano il centrodestra. Lei sente davvero il profumo della vittoria?

«Il profumo della vittoria lo sento, ma soprattutto sento la sofferenza degli italiani, insicuri a casa loro, vessati dalle tasse, sfiduciati dalla politica e dall’antipolitica. E sento una grande responsabilità. Sempre più italiani chiedono a me, a Forza Italia, al centrodestra, di cambiare radicalmente le cose che non vanno nel nostro Paese. Di porre fine all’oppressione fiscale, all’oppressione burocratica, all’oppressione giudiziaria. Per fare questo non bastano riforme, occorre una vera e propria rivoluzione liberale, ovviamente incruenta, ma non per questo meno radicale. Noi siamo moderati nel linguaggio e nei metodi, ma le nostre idee sono per un cambiamento profondo, radicale, nel modo di governare l’Italia, ma anche nei volti ai quali affidare questo compito».

Parliamo dei volti.

«La politica per tornare ad essere credibile ha bisogno di affidarsi a donne e uomini che abbiano dimostrato nella vita civile, nella trincea del lavoro, delle professioni, dell’impresa, della cultura, del volontariato, efficienza, scrupolosa onestà, capacità di conseguire dei risultati. I politici di professione purtroppo in molti casi hanno dimostrato di non avere queste caratteristiche, di pensare più al loro interesse privato che a quello della collettività».

Sta annunciando una rottamazione?

«Io nella vita sono sempre stato un costruttore, in qualunque campo mi sia impegnato. E un costruttore rinnova per essere in sintonia col Paese. Gli sfasciacarrozze invece rottamano. Per questo sto lavorando per rinnovare radicalmente la nostra squadra parlamentare e di governo. Meritocrazia per chi ha ben lavorato in questi anni e rinnovamento. Da tempo ho proposto ai nostri alleati, che si sono detti d’accordo, che il prossimo governo sia costituito per la maggioranza, per esempio 12 ministri su 20, da persone che non vengono dalla politica. Sui nomi deve permettermi di essere reticente: ogni volta che ho citato qualcuno, anche solo a titolo di esempio, si è scatenata una serie di illazioni del tutto infondate».

Chi sarà l’avversario più insidioso? Matteo Renzi o Beppe Grillo?

«Se devo essere sincero, l’avversario più insidioso è la rassegnazione e la delusione degli italiani. E non è retorica o un modo per eludere la domanda. Il vero nemico che voglio combattere è quel dato angosciante che vediamo ogni volta che escono dei risultati elettorali: il 40-45% di italiani che non è più andato a votare. Ovviamente loro non sono colpevoli di nulla, anzi hanno moltissime ragioni per essere delusi dalla politica. La mia sfida non è battere Renzi o Grillo, è restituire alla maggioranza naturale degli italiani la fiducia nella possibilità di cambiare radicalmente le cose nel nostro Paese. Un Paese dove la metà degli elettori non vota non è una vera democrazia».

Chi è che sta a casa: i delusi della sinistra, i giovani, gli arrabbiati?

«Sono per la maggior parte i moderati, sono i nostri elettori naturali. Alla politica non chiedono slogan, battute ad effetto, conflitti continui come quelli che sia Renzi sia Grillo sono bravissimi ad alimentare. Il teatrino della politica a questi italiani non interessa più, come non piace e non interessa a me. Per questo mi sento vicino alle ragioni di chi non vota, e però a loro dico che stare a casa significa rinunciare alla speranza di decidere il futuro dei nostri figli. Non occuparsi di politica vuol dire rassegnarsi a non influire su qualcosa che prima o poi comunque ci riguarda direttamente. Lo Stato che non funziona, le tasse che strangolano persone e imprese, il lavoro che non c’è, gli sbarchi incontrollati dei clandestini, la criminalità che si diffonde, sono tutte cose che non dipendono dal destino. Dipendono da scelte della politica».

Presidente, dia un giudizio su questa legislatura.

«Fallimentare. Il Pd ha fallito in tutti questi anni: da quando con un incruento colpo di Stato ha abbattuto il nostro governo nel 2011, l’ultimo scelto davvero dagli italiani, le cose sono andate sempre peggiorando. I numeri e le statistiche lo dimostrano. Del resto, lo spettacolo è sotto gli occhi di tutti: in cinque anni abbiamo avuto quattro governi non eletti, con quattro premier diversi, una legislatura che è diventata un congresso permanente del Pd. In queste condizioni come stupirsi della situazione delle imprese e dei lavoratori?».

Perché non teme Grillo? Non crede che lo sta sottovalutando?

«Perché gli italiani votano con testa e con le tasche come è giusto che sia. Grillo al governo significherebbe tasse ancora più alte sulla casa, una imposta patrimoniale immediata, tasse di successione a livelli stratosferici, addirittura al 45 o al 50 per cento. Insomma, una decrescita infelice e angosciante».

Qualcuno del centrodestra ha affermato che i grillini sono dilettanti allo sbaraglio. Lei cosa ne pensa?

«Non cadiamo nell’equivoco: non sono dilettanti, sono i veri professionisti, anzi i mestieranti della politica. Sono semmai dilettanti nella vita, la gran parte di loro non ha mai lavorato, non ha mai realizzato nulla, non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi prima di entrare in Parlamento. Per loro la politica è il mestiere per mantenersi, e infatti sono disposti a dire e fare qualsiasi cosa, ad accettare i continui cambiamenti di linea dei loro capi, pur di conservare il posto in Parlamento. La loro politica è pura tattica, senza valori».

Mi pare che lei abbia già chiaro l’asset della sua campagna elettorale. Quanto confida nel cambiamento della legge elettorale e soprattutto su che modello?

«Quello che mi interessa è che si riparta dall’unico metodo sul quale si era trovato un largo consenso: il sistema tedesco adattato alla situazione italiana. Se a maggio, prima delle amministrative, i quattro maggiori partiti si erano trovati d’accordo su questa formula, fino a votarla insieme in Commissione alla Camera, non vedo una ragione per la quale a settembre dovrebbero avere un’idea diversa. Per quanto ci riguarda, il sistema votato a maggio alla Camera costituisce così com’è un buon punto di equilibrio. Se altri hanno buone idee per migliorarlo senza stravolgerlo, tanto meglio».

Pensa che Renzi possa accettare un eventuale premio alla coalizione?

«Lo deve dire lui, non certo io. Però, mi consenta, qui non siamo in un consesso di costituzionalisti. Si tratta di dare una risposta al Paese su un tema cruciale, su cui il capo dello Stato con grande equilibrio ha più volte richiamato l’attenzione. Ed è la possibilità per il Paese di avere un governo che governi con maggioranze stabili e sia davvero rappresentativo dei cittadini».

Come giudica la posizione di Renzi?

«Al momento non vedo alcuna iniziativa politica concreta. Finite le vacanze spero che abbia uno scatto da leader».

Cioè?

«Chi si assumesse la responsabilità di andare a votare con questa legge elettorale, rischia di essere il protagonista di una delle peggiori crisi che l’Italia abbia mai avuto: impossibilità di far nascere un governo, fibrillazione dei mercati, perdita di credibilità internazionale».

Recentemente lei è tornato a confrontarsi con Salvini. Il leader leghista ha accettato la proposta di affidare la leadership del centrodestra al partito che otterrà il miglior risultato nelle urne. Può essere questa la via per comporre le rispettive ambizioni e delegare la scelta del candidato premier all’elettorato?

«Nelle grandi democrazie funziona così: quando governa una coalizione normalmente è il partito più forte di quell’alleanza ad esprimere il premier. Il centrodestra tutto unito dopo le elezioni proporrà quindi al capo dello Stato il nome indicato dalla forza politica che avrà il maggior consenso. Invece di inutili primarie, viziate da brogli ed episodi di malcostume, questo mi sembra un metodo assolutamente democratico: scelgono i cittadini, con il voto. È davvero ora che gli italiani possano farlo: da troppi anni si alternano governi mai votati dagli italiani».

Saldare le varie anime del centrodestra oggi è più o meno difficile rispetto al ’94 quando iniziò la sua avventura politica?

«Molto più facile. Allora si trattava di creare dal nulla una coalizione capace di raccogliere i moderati in alternativa alla sinistra, mettendo insieme forze politiche che a stento si parlavano. Per questo fui costretto a scendere in campo personalmente, dopo aver pregato tutti i protagonisti di allora, da Segni, a Martinazzoli, a Bossi, di prendere loro l’iniziativa. Oggi si tratta semplicemente di riproporre a livello nazionale la coalizione che ha governato per molti anni con ottimi risultati e che governa anche oggi molto bene la Lombardia, il Veneto e la Liguria, oltre ad aver vinto in molti comuni».

Per rinfrescare la memoria agli elettori quali sono stati i traguardi più importanti realizzati dai vostri governi?

«È vero, li si dimentica troppo spesso. Sono state 36 le riforme che siamo riusciti a realizzare, più di quello che erano riusciti a fare i 50 governi che ci avevano preceduto. Abbiamo abolito le tasse sulla casa, l’imposta sulle donazioni e quella sulle successioni. Quando governavamo noi l’immigrazione clandestina era stata praticamente bloccata, arrivavano in un anno i migranti che oggi arrivano in un weekend. La disoccupazione era sotto la media europea di due punti, e oggi da anni è costantemente sopra quella media. Se oggi l’Italia è più corta, se si può andare in treno da Napoli a Milano in poco più di 4 ore, e da Milano a Roma in meno di tre, è perché noi abbiamo voluto e realizzato l’alta velocità ferroviaria. Se oggi le strade sono più sicure e la mortalità è dimezzata è perché abbiamo introdotto la patente a punti e riformato il codice della strada. Se oggi è diventato costume di civiltà non fumare negli ambienti chiusi, persino nelle case private, è grazie alle norme introdotte da noi, che vietano di fumare nei locali pubblici, e che hanno provocato un drastico calo delle malattie e dei decessi legati al fumo. Potrei continuare a lungo, ma mi limiterò a questo: credo gli italiani non abbiano dimenticato che in poche settimane abbiamo cancellato la vergogna dei rifiuti per strada a Napoli e in Campania, e in pochi mesi abbiamo dato un tetto sicuro e confortevole alle vittime del tragico terremoto dell’Aquila. Non credo infine che abbiano dimenticato la nostra grande politica estera, basata anche sui miei rapporti personali. Il punto più alto lo abbiamo raggiunto a Pratica di Mare nel 2002, quando indussi Bush e Putin a firmare lo storico accordo che pose fine alla Guerra fredda, a mezzo secolo di terrore e di angosce per il mondo».

In questi giorni si è riaperto il dibattito sui fatti del 2011, a partire dalle circostanze che portarono all’intervento in Libia. Se ripensa a quell’anno, a quello che lei definisce il «quiet coup d’Etat» (il dolce colpo di Stato) che portò al governo Monti e poi ai successivi governi Letta, Renzi e Gentiloni, Napolitano, come dice Salvini, andrebbe processato?

«Sarebbe opportuna una seria e rigorosa analisi storica e politica dell’accaduto. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un ruolo dell’allora capo dello Stato che va oltre quello di notaio e arbitro. Nel senso che, muovendosi nell’ambito delle regole formali, esercitò una innegabile pressione sostanziale sia in un caso sia nell’altro. Negare che l’allora capo dello Stato esercitasse una moral suasion che travalicava le prerogative presidenziali, a cui si attiene fermamente l’attuale inquilino del Colle, è molto difficile. Ed è difficile, poi, ripristinare un clima di fiducia nelle istituzioni di fronte all’ipocrisia dei professionisti della politica».

Si spieghi meglio.

«Se vogliamo che la politica rinasca, dobbiamo rifiutare con grande fermezza la logica dell’intrallazzo, del tradimento, dei giochi di potere. Ricordo che in quell’occasione del 2011 non fui umiliato io, ma l’Italia, quando mi fu impedito di mantenere gli impegni presi con l’Europa, e questo diede l’occasione a Sarkozy di mettere in ridicolo il nostro governo ostentando sorrisi sarcastici in una conferenza stampa, costruita ad arte, nella quale fu coinvolta suo malgrado anche la signora Merkel. Io stavo difendendo con ogni mezzo la nostra sovranità dai tentativi di imporre il commissariamento della nostra politica economica da parte della cosiddetta troika. Nel frattempo, le più alte cariche dello Stato lavoravano per sabotare i miei sforzi, ovviamente in accordo con la sinistra, che si dimostrò del tutto indifferente all’interesse nazionale. È questa la cosa più triste di tutte».

Lei è impegnato da tempo in un intenso lavoro di ascolto dei rappresentanti delle professioni, dell’industria, del lavoro. Quali frutti sta producendo?

«Ho incontrato e continuerò anche nel mese di agosto ad incontrare i vertici di molte categorie produttive: a tutti propongo di indicarci persone che ritengano adatte e disponibili ad impegnarsi direttamente con noi, in Parlamento e al governo, in una scommessa decisiva per cambiare l’Italia. Da parte nostra c’è l’impegno a trasformare in progetti di legge i temi che stanno più a cuore alle singole categorie, naturalmente non in contrasto con i nostri valori liberali e con l’interesse pubblico. I temi ricorrenti sono l’oppressione fiscale, burocratica e spesso giudiziaria che rendono davvero difficile e talvolta eroico investire, mandare avanti un’impresa, svolgere una professione nel nostro Paese».

Tornando alla Libia e al dossier immigrazione. Il governo, dopo aver proposto lo ius soli e promosso la missione navale al largo della Libia, cerca di recuperare terreno. Si tratta di interventi credibili?

«Assolutamente tardivi e insufficienti. Tuttavia abbiamo espresso il nostro sostegno parlamentare ad una scelta, quella della missione in Libia, che riprende sia pure in ritardo e in modo insufficiente la strada che noi avevamo indicato inascoltati da anni. Poiché per noi l’interesse nazionale viene prima del colore politico dei provvedimenti, abbiamo deciso di dare il nostro voto favorevole alla missione. Non è però un’apertura di credito infinita: fin da settembre verificheremo puntualmente quello che accade in realtà. La strada da seguire è una sola: impedire, come noi avevamo fatto all’epoca di Gheddafi, che i migranti lascino le sponde libiche. È necessario raccoglierli in strutture apposite, sotto l’egida e il controllo internazionale, e qui procedere alla verifica dei requisiti dei richiedenti asilo. Chi ha diritto allo status di rifugiato ricordo che sono solo il 3-4% dei migranti – deve poter raggiungere l’Europa in condizioni di dignità e sicurezza. Per tutti gli altri c’è solo la strada del rimpatrio».

Perché i migranti devono sbarcare in Italia, anche quando vengono soccorsi da navi francesi, spagnole, tedesche?

«Perché il governo Renzi ha firmato un accordo che prevede proprio questo. C’è chi dice che lo abbia fatto per uno scambio politico di profilo molto basso: tutti i migranti all’Italia, in cambio di una certa flessibilità sui bilanci che consentisse manovre elettorali come gli 80 euro in busta paga. Io non ci voglio credere. Il problema però rimane, e non ha nulla a che vedere con gli accordi di Dublino: i migranti sbarcano tutti in Italia, nei porti del nostro sud, già gravato da tanti problemi a da tante emergenze. Se l’Europa avesse una visione all’altezza del suo compito, dovrebbe fare tutt’altro: far valere il suo peso politico ed economico per costringere i Paesi della sponda sud del Mediterraneo a bloccare le partenze, e i Paesi di origine dei migranti ad accettare i rimpatri. È esattamente quello che avevamo fatto noi, e che venne distrutto dallo scellerato appoggio francese ed americano, di Sarkozy e di Obama, alle cosiddette primavere arabe, con le conseguenze drammatiche che tutti conosciamo».

Quale sarà il primo provvedimento che adotterà in caso di vittoria alle Politiche?

«La riforma del sistema fiscale e del welfare: basta tasse sulla casa, basta tasse sulla famiglia, basta tasse sulla prima auto. Una grande riforma fiscale che introduca la flat tax, l’aliquota unica per le persone e le imprese, molto più bassa dei livelli attuali soprattutto per il ceto medio, così da attenuare l’esasperata progressività che oggi scoraggia la crescita e gli investimenti. Una no tax area per quanto riguarda i primi 12.000 euro annuali di reddito: chi guadagna meno di quella cifra non paga nulla, chi guadagna di più paga soltanto sulla parte restante. Quindi chi ha un reddito di 13.000 euro calcola le tasse solo su 1.000, chi ha un reddito di 20.000 solo su 8.000 e così via. Al tempo stesso attueremo una rivoluzione per chi vive sotto la soglia di povertà. Un grande numero di italiani, in costante drammatico aumento. Parlo di più di 15 milioni di persone, delle quali 4.750.000 in condizioni di povertà assoluta, vale a dire costretti a dipendere per mangiare dalla carità privata o dalla pubblica assistenza. A tutti loro garantiremo, nel quadro di una complessiva riforma del welfare, un reddito di dignità ispirato alle idee del grande economista liberale Milton Friedman sull’imposta negativa sul reddito. Sotto una certa soglia non solo non si pagano tasse, ma è lo Stato che integra il reddito fino al necessario per vivere dignitosamente, naturalmente a condizione che chi lo percepisce sia in regola con la legge, con l’obbligo scolastico per i figli ecc. Proprio per questo lo abbiamo chiamato reddito di dignità».

In questi mesi lei è stato immortalato in un McDonald’s, ha scelto i viaggi in treno piuttosto che sui suoi aerei privati, si è concesso bagni di folla tra la gente comune. Le è mancato nei mesi post-operazione questo tratto popolare della sua leadership? E questo legame con la gente comune può ancora essere la carta vincente di quest’ultima sfida?

«Io non ho mai tollerato l’idea di vivere chiuso nel palazzo della politica e di non fare quello che fanno tutte le altre persone come me, come prendere un treno, entrare in un negozio, fare una passeggiata. Purtroppo mi limitano gli obblighi di sicurezza che mi vengono imposti, e che cerco per quanto posso di eludere. Sono anzi molto grato ai ragazzi che mi seguono ovunque per occuparsi della mia sicurezza. Ormai sono soprattutto amici, quasi familiari, di grande professionalità e totale disponibilità. So che non rendo loro la vita facile, anche perché ogni volta che mi reco in un luogo pubblico, anche un negozio o un ristorante, oppure cammino per strada, succede una cosa straordinaria: la folla mi si assiepa intorno, fino a bloccare strade e marciapiedi. Centinaia di persone ogni volta, chi per curiosità, molti di più per esprimermi stima, affetto, gratitudine. Non posso negare che mi faccia piacere sentire il calore degli italiani, che non mi è mai mancato, neppure nei giorni dell’intervento. Sa che abbiamo dovuto vietare alle persone di organizzare veglie di preghiera per me sotto le finestre del San Raffaele? È a quest’Italia meravigliosa che sono legato da un vincolo profondo, da un impegno d’onore ad andare avanti, a non smettere di combattere fino a quando non avremo vinto. E per vincere non intendo soltanto prendere un voto in più alle elezioni, intendo la grande rivoluzione liberale che da troppo tempo l’Italia sta aspettando».

C’è chi sostiene che la formula perfetta per vincere le elezioni consista nel presentarsi come un antisistema in doppiopetto. Lei si riconosce in questa definizione?

«Diffido un po’ degli slogan, ma una cosa è certa: molti milioni di italiani sono arrabbiati con uno Stato, un sistema pubblico, un regime di partiti, che li hanno ridotti in queste condizioni. La gran parte di questi italiani sono persone per bene, moderati nelle idee, con solidi valori di riferimento. Persone che credono nella famiglia, nel lavoro, nella dignità sociale. Se il doppiopetto rappresenta questo, allora sono orgoglioso di rappresentarli, ma soprattutto di rappresentare la loro legittima rabbia e la loro legittima voglia di cambiare tutto».

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