Donald Trump, la lezione all’Italia… la rivoluzione, cosa cancella

Trump e il GOP in Congresso hanno mantenuto la promessa, approvando prima di Natale la riforma, chiamata appropriatamente «Legge dei tagli delle tasse e dei posti di lavoro». Alleggerendo il carico fiscale di famiglie e imprese, la gente consuma di più e le aziende hanno più risorse da investire in nuove iniziative, anche perché potranno dedurre subito le spese per macchinari.

Le aliquote sui redditi individuali scendono, anche se non come ai tempi di Reagan: attualmente sono del 10%, 15%, 25%, 28%, 33%, 35% e 39.6%, e dal 2018 saranno del 10%, 12%, 22%, 24%, 32%, 35% e 37%. Raddoppiano i crediti di imposta per le famiglie (da 1000 a 2000 per figlio) e la «deduzione standard» per tutti coloro che fanno la dichiarazione dei redditi (per una coppia sposata, il balzo è da 12.700 a 24mila). Sono numeri, e si dovrebbe partire da loro per valutare il senso della riforma. Ma l’ ostile campagna incessante dei media e dei DEM, da quando il piano repubblicano ha iniziato a prendere forma, ha puntato solo a scongiurare, a colpi di slogan contrari, il passaggio della legge. Firmandola, dopo le approvazioni di ieri a Camera e Senato, il presidente ha ottenuto il successo storico d’ aver fatto una legge che, lo dicono le cifre, riduce le tasse per tutti, a partire da chi guadagna di meno e ai contribuenti della classe media (una coppia da 165mila dollari a 315mila dollari scenderà dal 28%-33% al 24%).

La bufala – o fake news – dei «tagli solo per i milionari» è insomma diventata un «fatto» solo perché è emersa nei sondaggi. Secondo quello dell’ università Quinnipiac, il 55% disapprova la riforma e solo il 26% la promuove. Ma è ovvio che gli interpellati hanno bocciato la norma senza leggerla, o per atto di fede anti Trump dopo averla letta. Alla seconda domanda se il piano tagliava o aumentava le tasse, il 44% ha risposto che le aumentava, il 16% che le riduceva, il 30% che non avrà impatto (il 10% non sa). È assurdo chiedere un “commento” su numeri che parlano da sé, ma la propaganda liberal non ha pudori. Infatti, la terza domanda era «Chi pensa che avrà il maggior beneficio dal piano?». Le risposte: il 4% i poveri, il 21% la classe media, il 65% i ricchi. Più che misurare l’ effetto reale della riforma (a partire da febbraio i lavoratori godranno di buste paga più gonfie grazie ai tagli alle trattenute), il sondaggio è stato un test sul potere di manipolazione di media e tv, tutti pro DEM.

A livello aziendale, le imposte sugli utili precipitano dal 35% al 21%. Le società con profitti finora tenuti all’ estero per non subire la doppia tassazione prevista oggi solo negli Usa potranno rimpatriarli al tasso di favore del 15,5%, e, per il futuro, pagheranno una volta sola, come nel resto del mondo. L’ America Spa sarà così molto più competitiva attraendo capitali: gli economisti liberisti prevedono crescita dell’ occupazione, degli stipendi e del Pil. Per ora c’ è il verdetto di Wall Street, che è salita di 6mila miliardi di capitalizzazione puntando sul presidente pro business, e sulla riforma appena passata.

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